19 -November -2017 - 20:49

"Noi credevamo", perchè non c'eravamo...

(Toni Servillo è Mazzini, "Noi credevamo")

L’antiepopea risorgimentale dalla penna di Mario Martone col libro “Noi credevamo” (ed. Bompiani) e contenente il soggetto dell’omonimo film diretto dal brillante Mario Martone e sceneggiato dall’impavido Giancarlo De Cataldo, ha incuriosito così tanto noi della db management&production, al punto da voler incontrare gli autori di questi due capolavori (uno della letteratura, l’altro della cinematografia), alla Libreria del Cinema in Trastevere, lunedì 22 novembre 2010.

Ma non ci siamo fermati soltanto a questo.

Per saperne ancora di più sull’argomento, sulla critica mossa dalla stampa e sul giudizio rapsodico ed antiretorico della nascita malata di una Nazione, di una Italia stuprata e ferita dal Brigantaggio Istituzionale e dal Terrorismo Politico, abbiamo sentito necessità, il giorno successivo, di andare a vedere il film presentato alla 67^ Mostra del Cinema di Venezia.

(Giancarlo De Cataldo e Mario Martone al Festival di Venezia)

“Noi credevamo”, indicativo passato imperfetto per indicare perfettamente un presente che si trascina, a stenti, riproponendo gli spettri del passato: illusione del bene assoluto, scontro dialettico e fallimento insurrezionale, viltà dell’opportunismo ed, infine, ostinazione anche dinanzi alla resa dei conti.

Reduce a mani vuote dal festival di Venezia, così come già accaduto a “Vincere” di Marco Bellocchio, anche “Noi credevamo” è stato accolto con una reazione tipicamente italiana.

Da un lato, inevitabilmente, si è lodato lo sforzo, il tentativo, il cimento erculeo del regista partenopeo, dall’altro i numerosi distinguo, sia degli storici che dei critici cinematografici, che hanno espresso benissimo il senso di disagio che questo film suscita.

Lodare un lavoro di questo tipo per poi prenderne le distanze significa inevitabilmente attaccarne il senso.

A  Martone non si perdona di aver osato affrontare la storia del nostro Paese secondo modalità che non la danno affatto per passata.

“Sbagliare” film o tentare di uscire dal solco della produzione maggioritaria viene fatto pagare a carissimo prezzo.

Una sorta di censura che, in controtendenza alle aspettative dei censori, e con buona dose di entusiasmo da parte nostra, ha suscitato invece le reazioni meritate: martedì 23 novembre 2010, spettacolo delle ore 21.00 al Madison di Roma, che finirà alle ore 00.15, in un giorno infrasettimanale, quando all’indomani si dovrà andare comunque a lavoro, la sala del Madison vantava il “tutto esaurito”, con rodimento di fegato di quanti auspicavano il contrario.

Quella sera a “Noi credevamo”, noi c’eravamo (cfr. db management&production).

Film che possano contribuire a creare un contesto di vivacità democratica, di cui il nostro cinema ha un bisogno tremendo (per citare Domenico Starnone –Almanacco del cinema-), rischiano di essere messi da parte velocemente come film “sconvenienti” e questo non deve assolutamente accadere.

“Noi credevamo” è un film basiniano, ossia un cinema che pratica la differenza, che accoglie la materia, che mette in scena come uno scatto, permettendo quindi all’immagine non di scomparire dal tessuto del racconto ma di restare sempre visibile come prodotto di un pensiero, condivisibile o meno che sia.

In questo senso la forma di “Noi credevamo”, tesa com’è fra corti contadine e salotti aristocratici, carceri umide e campi di battaglia, non diventa mai schermo sul quale allontanare lo scarto ineludibile reale; assurge invece, con flagranza sconcertante, ad altro reale.

L’immagine è sempre la testimonianza di ciò che non si vede.

Il residuo non visto, che vive nell’immagine, è il lavoro del cinema e dello sguardo.

Immagini come mancanza, in questo Martone si è sintonizzato perfettamente con il cinema più urgente e necessario del momento.

Non capita sovente nel cinema contemporaneo che sia dato di osservare il passare del passato.

Clamoroso esempio di nitore rosselliniano, il film di Martone recupera soprattutto la lezione degli ultimi lavori del maestro di Paisà, cui “Noi credevamo” rimanda con la sua scansione in capitoli.

In questo, lo spunto arriva anche dal libro di Anna Banti (pseudonimo della scrittrice Lucia Lo Presti), edito nel 1967 e rimasto in sordina, da cui Martone prende spunto per raccontare la storia di Domenico Lo Presti (nonno della Banti), che nella fredda Torino del 1883 è sopraffatto dal desiderio, da sempre represso, di affidare alla carta i propri pensieri, i ricordi di una vita consacrata ad ideali spesso delusi.

Ormai da un ventennio è stata sancita l’Unità nazionale, per la quale Lo Presti ha speso anni di prigionia in varie carceri, eppure il Paese del quale era l’anziano patriota, non è quello per il quale ha combattuto: la monarchia piemontese ha semplicemente sostituito quella borbonica e ad un vecchio combattente non si perdona di aver tenuto per la Repubblica piuttosto che per il re, idee queste pericolose tanto che Lo Presti ha dovuto nasconderle per tutta la vita.

Le speranze di una giustizia, estesa anche ai più poveri, di uno Stato che consideri uguali tutti i suoi cittadini, sono ormai impallidite di fronte all’evidenza che ben poco è cambiato, che il Meridione è forse più tristemente abbandonato a sé dai suoi nuovi re.

E se questo era sconcertante già nel 1883, che dire oggi?

Tanti furono allora e tanti sono oggi gli uomini che sentirono e sentono che un “grande appuntamento con la storia” è stato mancato per un soffio, come se si intendesse “Noi credevamo di combattere per la libertà”, “Noi credevamo nella Repubblica”, “Noi credevamo che finalmente ci sarebbe stata vera giustizia”, “Noi credevamo di offrire un futuro migliore a coloro che amavamo”.

Il libro ed il film mettono in luce problemi che il nostro Paese ha ancora oggi: connivenza del potere con la malavita, mafia e trasformismo (i piemontesi si appoggiarono alla camorra per conquistare il sud, così come avevano fatto i Borboni per tenere le posizioni), velleitarismo rivoluzionario e opportunismo politico, ragion di stato ed aneliti di ordine morale, disparità sociale, difficoltà di difendere un vero senso di democrazia e senso del diritto in una nazione in cui la cultura è privilegio di pochi.

Gli italiani descritti da Anna Banti, da Mario Martone e da Giancarlo De Cataldo,  che siano piemontesi o calabresi, preferiscono ricevere dall’alto quel che cade dalla mensa del potente, conquistando le briciole con artifici ed imbrogli, piuttosto che pretendere una vera giustizia e lottare per i propri diritti.

Giuseppe Mazzini, il Maestro, intento ad incoraggiare utopie e rivolte, tuttavia “ritroso della prima linea”, Camillo Benso conte di Cavour, cinico artefice dell’Italia ma completamente a digiuno degli italiani, Garibaldi, asservito e confuso, re Vittorio Emanuele II, “mezza figura” della politica di quegli anni, Crispi l’arrivista, D’Azeglio, Ricasoli … sono le figure non protagoniste di una storia scritta e non scritta.

Insomma, si ha l’impressione che la realizzazione dell’Italia sia stato quasi un evento accidentale e fortuito, visti gli intrighi e i tradimenti che emergono nel racconto.

L’uguaglianza d’intenti tra destra e sinistra, gli insuccessi degli uni e degli altri, l’endemica diversità economica e culturale tra nord e sud, sono le maglie su cui è intessuta la tela del racconto.

Non mai la storia raccontata dagli eroi prende la scena nel prodotto di Martone: non c’è Garibaldi (apparizione di un’ombra sfocata su una collina dell’Aspromonte), ma ci sono i garibaldini, non c’è Mazzini (ossessionato e fomentatore di animi), ma ci sono i mazziniani.

La scelta di ricostruire gli eventi senza i protagonisti è per dar voce a un’Italia diversa, sconosciuta, ma non per questo meno importante.

“Ci sono stati uomini, democratici e repubblicani, che sono morti per un sogno e non sono ricordati nei manuali di storia. Ho dato luce agli angoli oscuri”, piace raccontare a Martone.

“Noi credevamo” è un poema romantico, che fa riflettere sul tema fondamentale dell’identità nazionale attraverso i vissuti più privati che pubblici di personaggi emblematici, scritti in punta di penna da Martone e De Cataldo, contaminando la realtà storica con la materia romanzesca, servendosi in qualche modo della lezione manzoniana: ed ecco che l’immaginario nobile terriero del Cilento Domenico (Edoardo Natoli/Luigi Lo Cascio) conversa in carcere con Carlo Poerio (il saggio Renato Carpentieri), colui che rifiutò un ministero da Cavour, e Sigismondo di Castromediano (Andrea Renzi), che rifiutò di vendersi ai Borboni; l’aristocratico Angelo (Andrea Bosca/Valerio Binasco), che, prima intrattiene una relazione sessuale con Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi/Anna Bonaiuto), al fine di ottenere da lei finanziamenti, poi, decaduto, entra in contatto con Fancesco Crispi (Luca Zingaretti) e muore assieme al patriota Felice Orsini (Guido Caprino); e il popolano Salvatore (Luigi Pisani), vero e proprio deus ex machina dei tre capitoli che seguono la sua uccisione, che si reca nel covo di Giuseppe Mazzini (Toni Servillo) per il pugnale con cui Antonio Gallenga (in età matura Luca Barbareschi) si è offerto di giustiziare il re Carlo Alberto.

In questa commistione di vero e verosimile, reale ed inventato, emerge in pieno il ritratto di un fallimento intellettuale –ossia quello del popolo mazziniano, carbonaro e repubblicano, che è dovuto scendere a compromessi per non subire altre sconfitte massacranti- che ha come suo leader tormentato e depresso il Mazzini, a cui Toni Servillo conferisce una certa dimensione di tragico rigore patetico, sovvertendo la classica iconografia dell’uomo della Giovine Italia, descritto come un calcolatore che non sa fare calcoli, più infelice che misterioso, che ricorre all’oppio per lenire le sofferenze del fallimento e cerca di racimolare soldi ovunque pur di realizzare i propri propositi rivoluzionari; poi c’è la serpe in seno Crispi, interpretato da un Luca Zingaretti quasi assente, collaboratore di Mazzini ma in realtà rivolto verso un progetto ben più ambizioso e meno democratico (solo accennati in una scena i rapporti che comincia a tessere con la mafia siciliana); per non parlare di molti carcerati che dubitano dei seguaci della Giovine Italia e cercano compromessi per risolvere la propria situazione.

E sarà un ex mazziniano a rivestire il ruolo più negativo della storia, Angelo, simmetricamente corrisposto a quello positivo di Domenico, a cui presta il volto Luigi Lo Cascio, che gli conferisce un’aura più biblica che rivoluzionaria. Sarà, come dicevo, Angelo che accompagnerà il racconto verso la più amara delle conclusioni. Poi l’emblematico Camillo Benso conte di Cavour, sempre un passo indietro rispetto a Mazzini, mai in primo piano, a voler significare che lascia la scena al repubblicano Mazzini per riprenderla al momento opportuno, a giochi fatti, a conclusione della narrazione, per soffiare la repubblica a Mazzini ed a Garibaldi e favorire la vittoria monarchica e la conquista del parlamento.

Da qui la dichiarazione esplicita che l’Italia non ha avuto un risorgimento ma due risorgimenti contrapposti tra loro.

Il risorgimento di Cavour e dei Savoia, monarchico, moderato ed annessionista (a vantaggio del Piemonte); e il risorgimento di Mazzini, dei repubblicani, dei democratici, dei cospiratori, dei rivoluzionari, pienamente in linea con quanto accadeva in mezzo continente.

Ed è proprio in Aspromonte nel 1862, che lo scontro tra i due risorgimenti raggiunse la massima tensione.

“Garibaldi fu ferito”, recita la canzoncina che tutti conosciamo, ma quei versi dissimulano un conflitto molto più aspro, fratricida, che si concluse con i piemontesi che presero a sparare sui garibaldini spargendo morti: Cavour contro Mazzini, monarchia contro repubblica, italiani che sparano agli italiani.

Ma nulla di tutto questo è nel film, la storia vera è fuori.

Non si vedono moti, non si vedono conquiste, plebisciti, brecce di Porta Pia.

Si vede tutto ciò che è a latere.

L’intenzione è raccontare il risorgimento e la nascita dello Stato Italiano come inizio della fine.

“L’albero è stato piantato e poco male se le sue radici sono marce” dice nel suo brevissimo cameo Anna Bonaiuto (Cristina di Belgiojoso).

Il pentimento finale di Mazzini, che, da buon demagogo, pur restando sempre coerente con la propria linea di pensiero, non muove un muscolo per combattere a favore del proprio ideale, porta in sé il peso di tutti i martiri caduti sui campi di battaglia.

La decontestualizzazione degli ambienti è l’altra chicca di cui ci fa’ dono il buon Martone.

Soltanto agli occhi di qualche sprovveduto critico cinematografico o giornalista improvvisato tale alcuni elementi scenografici potevano sembrare un “pugno nell’occhio”, un “clamoroso errore della fotografia”.

La porta ignifuga che si intravede a Parigi sulla piazza innanzi al Teatro, quella nell’atrio del palazzo ove si apparterà per un attimo Felice Orsini; la scala in alluminio con inquadratura voluta dal basso e da cui scenderanno Felice ed Angelo per andare incontro alla morte ed, in ultimo, l’ecomostro in cemento armato, opera incompiuta ed orrenda nell’incantevole paesaggio della costa cilentana, laddove Domenico e Saverio (Michele Riondino) siederanno per conversare di ideali, sono “scelte decontestualizzanti ed attualizzanti”.

Come se si volesse portare il presente nel passato o il passato nel presente; come se Martone abbia voluto dire quello che ha detto: “siamo quel che eravamo”.

A ciò si aggiunga la considerazione che, avendo Martone girato le scene del Cilento proprio nei tristi giorni in cui si consumava l’efferrato assassinio del sindaco di Pollica (SA) Angelo Vassallo, icona della lotta al crimine per l’abusivismo, il regista, campano di origine, abbia, a parer nostro, voluto tributare un sentito omaggio ad un simbolo di onestà intellettuale barbaramente soppressa.

Il movimento repubblicani-europei risponde con indignazione al coraggioso e lodevole lavoro di Martone e De Cataldo.

L’Italia del Gattopardo ha paura di Mazzini, scrivono.

“Mazzini come terrorista” è il messaggio che può passare dallo sviluppo del racconto e da cui i mazziniani di oggi prendono le distanze.

Per noi che scriviamo, le giuste considerazioni sono da ricercarsi nel revisionismo storico risorgimentale e, più precisamente, nel pensiero di quella frangia di storiografi che, pur senza esprimere pareri diretti su personaggi storici come Mazzini, Cavour e Garibaldi, preferiscono considerarli uomini che hanno certamente segnato la storia del nostro Paese, ma a cui l’onore di nominarli “Padri della Patria” sembra un eccesso.

Probabilmente in controtendenza con le volontà popolari, tanto del sud quanto del nord, tanto di ieri quanto di oggi.

E se lo stato attuale della politica italiana è ancora oggi quello di ieri (ed è sotto gli occhi di tutti), evidentemente la storia ha dato ragione del fatto che l’Unità d’Italia non fu gestita come dovuto.

Il tradimento degli ufficiali borbonici; i 3 milioni di franchi francesi ai Mille di Garibaldi rinominati poi ufficiali della Guardia del Re, Ministri della Marina e Senatori in altri casi; la manipolazione mediatica di Cavour contro le Due Sicilie; la mancata Riforma Agraria promessa da Garibaldi; il Popolarismo Risorgimentale; la Questione Meridionale; la Piemontesizzazione e tanto altro ancora ne sono la riprova.

Come dimenticare il tanto voluto ed anche difeso” Canto degli italiani” di Goffredo Mameli nella parte che nessuno ci fa cantare, né alle cerimonie di Stato, né alle partite di calcio?

<< Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi>>

(è la seconda strofa, ma noi ci fermiamo sempre alla prima…)

 

Come spiegare agli italiani perché i “Padri della Patria”, se tali furono Mazzini e Cavour, ebbero dedicate una piazza a Roma soltanto nel 1913 il primo e nel 1885 il secondo, dunque, rispettivamente 38 e 24 anni dopo la loro morte?

Perché tutti questi anni per riconoscere loro il grande merito della presunta Unità d’Italia?

I Valorosi non andrebbero celebrati in tempi ragionevolmente più brevi?

E se Domenico Lo Presti, nel 1883, sul letto di morte, dopo aver preso parte attiva a quel che avrebbe dovuto essere il progetto unitario italiano, consapevolizzando il fallimento, diceva quel che diceva, che pensare noi di quel che avrebbe dovuto essere e mai fu?

"....il mondo è uguale a come l'ho trovato nascendo, sordo e falso.......

Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo.

Noi, dolce parola.

Noi credevamo....."

Se anche il Gran Generale concluse così come seguirà, di cosa c’è più da scandalizzarsi?

Dei Governi delle Caste (di ieri, di oggi e di sempre)  o dei Martone e De Cataldo?

“I Governi sono generalmente cattivi, perchè d’origine pessima e per lo più ladra; essi, con poche eccezioni, hanno le radici del loro albero genealogico nel letamajo della violenza e del delitto. Al loro sorgere – tempi feudali – essi dopo d’aver cacciato l’aquila dal suo nido l’occupavano e da li piombavano sulle inermi popolazioni, rubando quanto a loro conveniva: messe, frutta, donne e sostanze d’ogni specie, per provvederne i loro covili che chiamavan castelli. A’ tempi nostri (1870) non meno feudali di quelli, più potenti i signori, più numerosi i birri e più servili e prostituiti i satelliti, benché i bravi si chiamino “Pubbliche sicurezze” e i Signori Re e Imperatori, credo si stia in peggiori condizioni, essendo gli ultimi più potenti dei primi e con una sequela di legali cortigiani, sempre pronti a sancire, colla maggioranza dei loro voti, ogni più turpe mercato delle genti o delle loro sostanze. Al governo della cosa pubblica poi, giacchè i padroni regnano o imperano e non governano, vi si collocano sempre coloro che ne son meno degni, od i più atti a governare, non volendo i despoti gente onesta a tali uffici, ma disonesti come loro, striscianti e corruttori parassiti, coll’abilità della volpe o del coccodrillo.Ciò non succede soltanto nelle monarchie dispotiche, più o meno mascherate da liberali, ma spesso anche nelle Repubbliche, ove gl’intriganti s’innalzano sovente ai primi posti dello Stato, ingannando tutto il mondo con ipocrisie e dissimulazioni, mentre gli uomini virtuosi e capaci, perché modesti, rimangono confusi nella folla, a detrimento del bene pubblico. […]

Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la maggior parte dottori (… han fatto prova così cattiva fin’ora nei Governi e nei parlamenti da far disperare di loro) e la maggior parte venali, uomini che vengono su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio; vengono su, dico, a forza di cabale e di favoritismo e si siedono sfacciatamente tra i legislatori d’una nazione coll’unico interesse individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica, coonestando così gli atti infami di governi perversi, che senza quella ciurma di parassiti, avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con parlamenti servili, essi sono despotici e compariscono o si millantano onesti. Questi cinquecento fra cui v’è sempre qualche buono, disgraziatamente, si usano come governanti nelle monarchie non solo nei governi imposti, ma pure nei paesi, ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse …”

(Manoscritto consegnato nel 1933 all’archivio del Museo del Risorgimento per dono di Donna Clelia Garibaldi). 

A cura di A. De Blasi

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