19 -November -2017 - 20:50

Vallanzasca, gli angeli del male

 

Con sceneggiatura scritta da Placido insieme a Kim Rossi Stuart ed altri collaboratori, ispirato al libro autobiografico “Il fiore del male. Bandito a Milano” scritto dallo stesso Vallanzasca e con l’aiuto del giornalista Carlo Bonini, il film per il cinema, che tanto ha fatto parlare di sé alla 67^ edizione del Festival di Venezia, aveva suscitato allora, e conferma oggi, un senso di smarrimento negli spettatori, divisi come sono tra garantisti e colpevolisti.

Il film racconta la vita e le imprese di Renato Vallanzasca e della sua gang, “tentando di entrare nella mente di un criminale per capire, con un approccio asettico e quasi entomologico, lontano da qualsiasi giudizio morale, cosa si prova a stare in bilico tra la normalità e la devianza, a trovarsi al bivio tra il bene e il male e a scegliere deliberatamente il male”- così aveva dichiarato Placido sul film.

Tuttavia l’impressione che noi della db management&production abbiamo avuto è un’altra ancora, giacché, seppur nelle intenzioni il regista avrebbe voluto mostrare quel che ha dichiarato, nei fatti impressi sulla bobina, il risultato finale ci è apparso discostato.

Non desideriamo essere garantisti, neppure colpevolisti, proveremo ad essere oggettivi.

Nel film, guardato con livelli di attenzione molto alti, si possono cogliere tutti gli ingredienti delle buone intenzioni del regista, ma i tempi di scorrimento delle immagini non consentono allo spettatore di concludere nella maniera in cui il regista auspicava.

Secondo noi è un problema di “veli” e spiegheremo a breve cosa intendiamo dire.

 

 

1985 Renato Vallanzasca, 35 anni, è tenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali, che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile, ove finisce ad 8 anni per aver tentato di liberare una tigre dalla gabbia di uno zoo ed è per questo affidato ad una zia che vive al Giambellino. Ben presto il ragazzo si farà strada nella mala milanese detta “Ligèria”, tanto da arrivare a contrapporsi al boss dei boss di Milano, Francis Turatello. Il suo exploit criminoso, che lo vede protagonista di efferate rapine spesso conclusesi con l’assassinio di tutori dell’ordine, si ha a metà anni ’70, in pieni anni di piombo, periodo particolarmente caldo che contrappone banditi e terroristi egualmente impegnati a creare un clima di angoscia, unitamente alla crisi economica e ai movimenti operaio e studentesco.

Le sue gesta criminose vanno quindi contestualizzate nel particolare momento storico vissuto dall’Italia, forse per molti una definitiva uscita di scena degli anni del boom. Conclusa la ricostruzione, superata la necessità di rimboccarsi le maniche, si passa alla voglia di affermazione delle proprie idee, per quanto sbagliate o controverse, e quindi agli episodi di rottura. Il delinquere viene quasi visto come un atto rivoluzionario e da qui si spiega l’ascendente che Vallanzasca ha esercitato su molti, in particolare giovani donne in cerca di mordente non ancora tentate dall’altro grande movimento del tempo, cioè quello femminista.

Placido fa’ raccontare allo stesso protagonista la sua storia: la voce fuori campo racconta le bravate di Renato bambino ed adolescente riportando alla memoria “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorzese: Renato è sempre in gruppo, attorniato dai suoi sodali che continueranno a seguirlo fedelmente in età adulta. Il gruppo di compari è compatto attorno alla figura carismatica di Vallanzasca, ma emerge un’anima più nera delle altre, Enzo (Filippo Timi) che si contrappone a Renato e prende la scena assai più degli altri, proprio per la mancanza dei nervi saldi e di forza di carattere.

Vallanzasca si distingue per la sua fredda lucidità e per il suo beffardo sarcasmo: ogni sua azione criminosa è compiuta scientemente, senza tralasciare il minimo dettaglio. Ci sono tutti i momenti più importanti della vita di Vallanzasca che tra rapine, sequestri, processi, regolamenti di conti fuori e dentro il carcere, interviste alla stampa, delineano con dovizia il personaggio senza offrire considerazioni né sul personaggio, né sulle sue motivazioni. Lo stesso Vallanzasca frena ogni possibile analisi psicologica, affermando “c’è chi nasce per fare il medico, chi nasce per fare l’avvocato, chi per fare l’elettricista e chi per fare il ladro”, perché quello è ciò che ha nel sangue ed è l’unica cosa che è in grado di fare.

Quattro ergastoli e la condanna a scontare 260 anni di carcere sono il risultato dell’ascesa e della disfatta di un personaggio che tutto risulta essere tranne che un “eroe”.

E se così è, ci domandiamo noi della db management & production, perché non prevedere polemiche già all’atto della scelta del titolo “Vallanzasca gli angeli del male”?

“Il fiore del male”, titolo del libro scritto dallo stesso Vallanzasca, poteva essere certamente più opportuno per esprimere il concetto che Michele Placido ha certamente espresso ma che non appare fruibile da tutti: Vallanzasca come fiore che nasce dalla terra, dalle viscere della terra e porta con sé tutti i mali in essa presenti in quel tempo in cui da essa si è nutrito. Vallanzasca un fiore del male.

 

 

Di angelico, celestiale c’è ben poco nella storia, negli atteggiamenti e nel vissuto del personaggio, tanto meno, avendone usato il plurale (angeli), in tutto il resto della gang. Il Vallanzasca di Placido è un personaggio con una spiccata etica morale, che crede che il potere delle parole sia molto più forte della violenza fine a sé stessa, crede nella lealtà e vede la sua leadership all’interno della banda non come una forma di supremazia nei confronti degli altri, ma come un obbligo per dare protezione alla banda stessa: una banda il cui unico scopo era quello di arricchirsi a discapito dei più benestanti (non a caso durante il film viene chiamato Robin Hood dai propri compari).

Probabilmente Placido si è fin troppo lasciato coinvolgere dal fascino che un personaggio del genere può avere, perdendo di conseguenza il distacco necessario per essere al di sopra delle parti.

Egli otterrebbe certamente risultati maggiormente performanti alle sue aspettative se non si facesse prendere dal desiderio di applicare ogni volta chiavi di lettura ed angolazioni “sin troppo originali” alle storie che intende trattare.

Dopo averci raccontato il ’68 dal punto di vista del giovane poliziotto che egli era in quell’epoca, sul film in questione ha affermato –come già abbiamo detto- “non mi interessava entrare nel merito della vicenda. Quello che trovavo stimolante da un punto di vista artistico e creativo era entrare nella mente di un criminale per capire, con un approccio entomologico lontano da qualsiasi giudizio morale, cosa si prova a stare in bilico fra la normalità e la devianza, a trovarsi al bivio tra il bene ed il male ed a scegliere deliberatamente il male”.

 

Il problema sta proprio qui.

Non c’è nulla di più lontano dal Placido regista della freddezza dell’entomologo.

Il suo è un cinema che, quasi per inerzia, aderisce vigorosamente alle situazioni ed ai personaggi che porta sullo schermo. Solo che qui, a differenza di quanto era riuscito con grande lucidità a fare in Romanzo Criminale, sta “addosso” al suo protagonista, mettendo quella Milano e quegli anni sullo sfondo.

Un film non può e non deve essere un saggio sociologico, quindi un docufilm, ma nella precedente occasione, forse perché sostenuto dall’acuto Giancarlo De Cataldo, Placido ci aveva offerto non solo la storia di una banda, ma anche il ritratto di un periodo buio della nostra storia. In Vallanzasca invece l’adesione al personaggio è totale.

Purtroppo l’asserita lontananza dai giudizi morali finisce con il trasformarsi nella descrizione delle imprese di un uomo consapevole del proprio fascino ma incapace di trovare un equilibrio tra le sue pulsioni, un uomo in cui lo sguardo che si vorrebbe distaccato nei fatti non lo è, e l’adrenalina che percorre le oltre 2 ore di proiezione ne fornisce un’ulteriore prova. Per altro ciò che dimostra con grande precisione la non attuazione dell’asserito distacco è l’ultima scena, che fa’ da sensore dell’ottica in cui Placido, anche senza volerlo, ha finito con il riabilitare il bel René dipingendolo come un simpatico Nemico Pubblico.

 

 

Nel film di Placido manca un’analisi accurata dei fatti, che pure sono presentati ineccepibilmente sul piano storico, tant’è che l’attore indossa gli stessi indumenti del vero Renato in alcune scene.

I delitti sono presentati in successione rapida, anche troppo rapida, il gruppo e la stessa protagonista femminile Valeria Solarino si perdono schiacciati dalla superba figura del protagonista al quale si consegnano non solo esse ma anche  regista e spettatore.

Carente qualsiasi approfondimento sui personaggi che via via Renato incontra o affronta: i genitori sono due figure quasi caricaturali (Renato non è cresciuto con una madre ed un padre ma con una zia e, probabilmente un compagno della zia) che rappresentano nel modo peggiore la potestà genitoriale, dacché all’atto dell’ennesima fuga uno di essi fornisce dei soldi al figlio, l’altro un coltello per difendersi.

Anche la figura di Francis Turatello, prima antagonista poi alleato di Vallanzasca non è sufficientemente tratteggiata. Di lui Placido ci dice che è stato un boss, mostra la sua tragica morte in carcere senza spiegarne il perché, mantiene riserbo su molti episodi della sua vita criminosa riducendo il rapporto con Vallanzasca ad una insipida storia tra amici-nemici forse un po’ tratta da alcune scene de “Gli intoccabili”.

L’alto ufficiale dei carabinieri che si presenterà al rifugio di Vallanzasca per arrestarlo, quello che nel film è costretto a mostrare il tesserino di riconoscimento, nella storia vera non ha mai dovuto esibire alcun documento di riconoscimento.

Il militare corrotto in ospedale per la fuga, che nel film veste la divisa di un carabiniere in realtà fu un poliziotto.

Altri piccoli errori sono la Marlboro impugnata da Kim e recante la filigrana argentata tra il filtro ed il tabacco. Negli anni ’80 quella filigrana non c’era.

Alcune espressioni usate nel film come “tra poco questo posto sarà pieno di gnocca” o “ma ti sei bevuto il cervello?” sono entrate a far parte del linguaggio parlato volgare diversi anni dopo l’epoca in cui è ambientato il film, come ricorda una pubblicazione de “Il Giornale” del 7 settembre 2010.

Ad un certo punto, prima dell’ultima cattura di Vallanzasca, appare una veduta di Milano dall’alto in cui svetta la nuova sede della Regione Lombardia, costruita solo nel 2010.

Diversa invece la considerazione sull’interpretazione di Kim Rossi Stuart, apparsa frutto di un minuzioso lavoro di ricerca, analisi ed introspezione. L’attore applica sapientemente il metodo dell’identificazione con il suo personaggio, anche se noi di db management & production, intendendo l’attore nella più completa accezione beniana, facciamo un po’ fatica a capire se Kim in quest’occasione sia stato un ottimo attore o un ottimo interprete.

Comunque di ottimo lavoro si parla.

Un Kim che cresce sempre più sotto il profilo artistico e nei contenuti interiori da cui attinge performances sempre più brillanti per la migliore riuscita del ruolo. Un artista che ha certamente fatto un gran lavoro anche sui colori, sul timbro e sulla sua vocalità nel complesso, che sfoggia una buona cadenza milanese (anche se a tratti il suo accento scade un po’ nella caricatura, almeno per orecchie più esperte), un artista che regge la storia per tutta la sua durata, trasformandosi nell’epigono dell’ottimo Vincent Cassell di Nemico Pubblico n°1.

I due film si reggono, infatti sui loro interpreti principali e mostrano le loro nefandezze in maniera cronachistica, senza azzardare un giudizio morale o un’analisi sociologica e, malgrado l’assenza di un intento apologetico, sembrano quasi assolvere gli autori di tali gesta trincerandosi dietro il libero arbitrio e l’interpretazione di chi guarda.

L’eroe del male che vaga da un carcere all’altro, un elegante e dannato che con stile nell’abbigliamento e nei modi approccia alle banche ed alla gente per rapinarle, un prepotente che dice parolacce e risponde alle forze dell’ordine ed ai magistrati con alterigia, un tracotante che giunto a Milano nei suoi ultimi istanti di libertà, si fa gabbo delle forze dell’ordine chiedendo loro informazioni su dove sia la sede di Radio Popolare senza che esse si accorgano che trattasi del superlatitante… un uomo duro che investe di comicità le molli istituzioni dello stato, un duro che poi si consegna dinanzi ad un molle giovanissimo militare.

 

 

Musiche (Negramaro) e scene veloci contribuiscono a dare allo spettatore una giusta dose di angoscia che sfocia nella catarsi finale a conclusione della pellicola: Vallanzasca si definisce uno con “un lato oscuro più pronunciato” autoassolvendosi dai suoi peccati ed autorizzando chi lo guarda a giustificarlo.

Ottimi i dialoghi, il film offre alcune battute davvero notevoli, tra tutte “le armi non servono a sparare, le armi servono a spaventare”.

Molto buona anche l’interpretazione di Filippo Timi, che ci consegna un personaggio privo di autocontrollo, instabile ed inaffidabile, perché dopo i primi successi della banda, la bella vita, le droghe sprofonda in una insanabile condizione di instabilità comportamentale che lo indurrà ad una serie di irreparabili errori fino all’epilogo della sua uccisione in carcere da parte di un Kim Rossi Stuart che non colpirà per primo ma inviterà, pur senza ragione, a farsi colpire per poi reagire. Con risultato finale atteso.

In conclusione, resta in sospeso il concetto di “veli” già anticipato nella prima parte della nostra recensione.

A tal proposito db management&production intende invitare il lettore-spettatore alla seguente considerazione: se il film scorre principalmente su immagini di violenza e prepotenza, mostrando solo in forma sintetica e velata la parte buona (semmai ce n’è stata una) del Vallanzasca protagonista, lasciando intendere allo spettatore in più occasioni che Vallanzasca non è stato solo un mostro, ma anche uomo di sensibilità in certe circostanze, (come, per esempio, quando ha perdonato il compare che ha consegnato la sua patente ad un agente di polizia, risparmiando Enzino in un’occasione in cui, addormentato sul divano, il Vallanzasca d’istinto avrebbe potuto sparargli sulla fronte ma poi vi ha rinunciato) è vero anche che questi momenti sono stati talmente brevi e quasi impercettibili che si chiede allo spettatore uno sforzo assai maggiore rispetto a quello che questi compie col portarsi a casa esclusivamente scene di violenza.

È molto improbabile che lo spettatore si cimenti nella ricerca di un lato buono di Renato Vallanzasca quando gli vengano fornite in maniera molto circostanziata, precisa e in numero assai superiore immagini di violenza, arrivismo, egoismo, prepotenza…

Come si può pensare che lo spettatore, tornando a casa si porti il compito di fare psicanalisi del soggetto Vallanzasca?

 

 
 

Forse il messaggio in questa direzione il regista l’avrebbe dato se avesse sciolto gli indugi e dismesso i “veli” da queste scene lasciate ad intendere.

Quanto è di violento si vede e non lo si lascia intendere; ciò che si vede e si poteva lasciar intendere, ci permettiamo di osservare con buona dose di simpatia, sono le foto delle spasimanti in atteggiamento oltremodo succinto, scene di sesso troppo esplicite, fellatio in primissimo piano che più che raccontare la storia del bandito Vallanzasca ne hanno voluto celebrare l’irresistibilità dell’uomo, che, ai fini della cronaca, è un dato irrilevante.

Rilevante lo diventerebbe, e ne saremmo preoccupati, se i nostri ragazzi iniziassero ad emulare il bel René oggi come il Dandi, il Freddo, il Libanese ai tempi di Romanzo Criminale (la serie). Sarebbe raccapricciante se il progetto cinematografico rivolto a far riflettere sulla vita di un dannato diventasse uno scellerato fenomeno di costume con tanto di magliette, felpe, cappellini e gadgets, con cui ritrovarci vestiti i nostri figli.

 

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